Clausola rescissoria nel calcio: cos'è e come funziona
Che cos'è la clausola rescissoria, come funziona in Spagna e in Serie A, perché le cifre sono così alte e cosa succede davvero quando viene pagata.


La clausola rescissoria è una cifra scritta nel contratto: se viene versata per intero, il club non può più opporsi alla partenza del calciatore. Trasforma una trattativa in un semplice bonifico, perché il potere di veto della società che detiene il cartellino svanisce. L'affare però non è automatico: il giocatore deve comunque accettare ingaggio e progetto di chi lo vuole. Cade soltanto l'ostacolo più duro di ogni mercato, il dirigente che dice no e chiude il discorso.
Cosa impone davvero il decreto spagnolo
L'articolo 3 del Real Decreto 1006/1985, che disciplina il rapporto di lavoro dello sportivo professionista in Spagna, elenca ciò che ogni contratto deve indicare per iscritto: l'identità delle parti, l'oggetto del contratto, la retribuzione pattuita con le sue diverse voci e le scadenze di pagamento, e la durata del vincolo. In quell'elenco non compare alcun obbligo di fissare una cifra per il recesso unilaterale. Chi cerca nel decreto stesso un comando di includere la clausola non lo trova, perché il testo non usa mai quell'espressione.
Ciò che la norma disciplina davvero sta nell'articolo 16, sugli effetti dell'estinzione del contratto per volontà dello sportivo. Quando l'atleta chiude il rapporto di propria iniziativa, senza colpa imputabile al club, il testo riconosce a quest'ultimo il diritto a un indennizzo che, in mancanza di un accordo sulla cifra, la giurisdizione del lavoro fisserà valutando le circostanze sportive, il danno causato all'ente, i motivi della rottura e ogni altro elemento che il giudice ritenga rilevante. La legge garantisce il diritto all'indennizzo. Il numero resta aperto.
È esattamente questo vuoto che decenni di prassi del calcio spagnolo hanno riempito. Lasciare la cifra a un giudice che decide dopo i fatti, circostanza per circostanza, significa mesi di incertezza su quanto costi liberare un calciatore. Fissare il numero nel contratto è diventato routine a ogni rinnovo proprio per questo motivo, non perché il decreto imponga la cifra, ma perché nessun club né agente vuole affidare quel calcolo a un tribunale. La clausola è nata come via d'uscita contrattuale per sfuggire a una regola suppletiva, non come comando scritto dentro la regola stessa.
Avvocati spagnoli specializzati in diritto sportivo hanno già segnalato l'effetto collaterale di questa routine. Quando la cifra pattuita sale abbastanza da non dover mai essere pagata, la clausola smette di funzionare come via d'uscita e diventa l'opposto, un diritto di ritenzione travestito da libertà contrattuale. La critica non è unanime, ma descrive bene la distanza tra un testo del 1985 pensato per garantire l'uscita dello sportivo dietro un indennizzo ragionevole e la prassi di scrivere cifre nell'ordine delle centinaia di milioni che nessuno intende vedere pagate.
Lo stesso articolo 16 chiude anche una via di fuga contro il mancato pagamento: se il calciatore, entro un anno dall'estinzione del contratto, firma per un altro club o ente sportivo, questo nuovo datore di lavoro risponde in via sussidiaria del debito. La parola conta. Responsabilità sussidiaria significa che il creditore riscuote prima dal calciatore stesso, e si rivolge al nuovo club solo se l'atleta non paga, l'opposto della responsabilità solidale che, come mostra la tabella seguente, il diritto brasiliano applica alla stessa situazione.
| Paese | Una cifra scritta è obbligatoria per legge? | Cosa impone davvero la norma | Fonte |
|---|---|---|---|
| Spagna | No | Diritto a un indennizzo per recesso unilaterale senza colpa del club; in mancanza di accordo, lo fissa la giurisdizione del lavoro | Real Decreto 1006/1985, art. 16 |
| Brasile | Sì | Il contratto deve contenere la clausola indennizzatoria sportiva con una cifra espressamente quantificata | Legge 14.597/2023, art. 86, comma 1 |
| Inghilterra | No | La minimum fee release clause è prassi di mercato, senza base in alcuna legge né nel regolamento della Premier League | Contratti individuali |
| Germania | No | La clausola di uscita è un accordo privato che i club della Bundesliga tengono di norma riservato | Contratti individuali |
| Francia | No | Vietata dalla convenzione collettiva: la Charte du Football Professionnel vieta la clausola rescissoria, risolutiva o di recesso unilaterale, e il contratto che la contiene viene respinto all'omologazione | Charte du Football Professionnel, art. 257 |
| Italia | No | La clausola rescissoria è prassi di mercato, senza base nelle norme della FIGC | Contratti individuali |
Il Brasile impone l'opposto: una cifra scritta
Se la Spagna lascia la cifra aperta come regola, il Brasile fa il movimento contrario. La legge generale sullo sport del 2023 impone che il contratto speciale di lavoro sportivo sia scritto, con una durata compresa tra tre mesi e cinque anni, e che contenga per obbligo due clausole distinte: quella indennizzatoria sportiva e quella compensativa sportiva. La parola obbligatoriamente compare nel testo stesso dell'articolo 86, esattamente ciò che manca al decreto spagnolo.
La clausola indennizzatoria sportiva è dovuta al club quando l'atleta si trasferisce a un'altra organizzazione, nazionale o straniera, durante il contratto, oppure quando torna all'attività professionistica in un altro club entro trenta mesi dall'uscita. Il primo comma dell'articolo 86 impone che questa cifra sia espressamente quantificata nello stesso contratto, con un tetto di 2.000 volte lo stipendio medio contrattuale per i trasferimenti tra club brasiliani e senza alcun limite quando la destinazione è l'estero. Qui non c'è ambiguità possibile: la legge brasiliana usa la parola quantificata, il decreto spagnolo non la usa mai.
Il secondo comma dell'articolo 86 rende atleta e club che lo ingaggia solidalmente responsabili del pagamento di questa clausola. Solidale significa che il creditore può riscuotere l'intero debito da uno qualsiasi dei due, senza ordine di preferenza, l'opposto della responsabilità sussidiaria che la legge spagnola attribuisce al nuovo club. Un sistema protegge il club venditore riscuotendo prima da chi ha meno capacità di pagare; l'altro lascia al creditore la scelta di rivolgersi a chi è più facile da riscuotere.
La clausola compensativa sportiva funziona in senso inverso, dovuta dal club all'atleta, nelle ipotesi dell'articolo 90: risoluzione per mancato pagamento dello stipendio o del contratto sui diritti d'immagine, risoluzione indiretta per altre cause previste dal diritto del lavoro, o licenziamento senza giusta causa. Un ritardo di due mesi o più costituisce già, secondo il primo comma di quell'articolo, la mora che libera il calciatore. Lo stesso articolo 86 fissa un minimo e un massimo per questa clausola: come minimo, il totale degli stipendi che resterebbero fino alla fine del contratto, come massimo, 400 volte lo stipendio mensile alla data della risoluzione. Un ritardo superiore a due mesi nel pagamento rateale di questo indennizzo fa scadere tutto il debito residuo in una volta sola, secondo il comma sei.
L'inversione tra i due paesi va esattamente all'opposto di ciò che assume gran parte della copertura calcistica. Il senso comune tratta la Spagna come il paese dove la legge impone la clausola scritta e il resto del mondo come terreno libero. La ricostruzione mostra l'opposto: la Spagna garantisce un diritto a un indennizzo di importo incerto e lascia la cifra scritta alla convenienza delle parti; il Brasile è quello che, per legge federale, impone che il numero esista sulla carta, con un proprio minimo e un proprio massimo.
| Clausola | Dovuta a | Scatta quando | Minimo | Massimo |
|---|---|---|---|---|
| Indennizzatoria sportiva | Il club datore di lavoro | Trasferimento dell'atleta durante il contratto, o ritorno in un altro club entro 30 mesi | Liberamente pattuito | 2.000 volte lo stipendio medio (trasferimento nazionale); senza limite (trasferimento internazionale) |
| Compensativa sportiva | L'atleta | Ritardo di stipendio o di diritti d'immagine di 2 mesi o più, altra risoluzione indiretta, o licenziamento senza giusta causa | Totale degli stipendi fino alla fine del contratto | 400 volte lo stipendio mensile alla data della risoluzione |
Chi paga, davvero
Il meccanismo di pagamento è il dettaglio giuridico che quasi nessuna copertura spiega bene. Formalmente, nella clausola rescissoria spagnola, a pagare non è il club acquirente, è il calciatore stesso, che deposita la somma presso LaLiga per via ufficiale e, fatto questo, resta libero di firmare dove vuole. Il denaro, ovviamente, esce dalle casse del nuovo datore di lavoro, ma la distinzione tra chi deposita e chi finanzia non è teatro: è ciò che rende il meccanismo un atto unilaterale dell'atleta, e non un contratto tra due club.
È questa stessa natura unilaterale a spiegare perché, in Spagna, il pagamento arriva di solito in un'unica soluzione, senza rateizzazione. Un trasferimento negoziato è un contratto tra venditore e acquirente, e come ogni contratto può prevedere scadenze, rate e condizioni che convengano a entrambe le parti. Esercitare una clausola rescissoria spagnola non è affatto una trattativa: è il calciatore che estingue il proprio contratto di propria iniziativa, e il club venditore non ha voce in capitolo su come farsi pagare.
La stessa logica spiega perché, in Spagna, una clausola pagata non è mai accompagnata da una percentuale su una futura rivendita, da un'opzione di riacquisto o da alcun bonus per il club che perde il giocatore: questi meccanismi presuppongono tutti il consenso del venditore, e qui non c'è alcun consenso da dare. Il regolamento della FIFA rafforza questa separazione da un'altra angolazione, vietando dal 1° maggio 2015 che un club o un calciatore cedano a un terzo che non sia un club il diritto a una quota di un trasferimento futuro, una restrizione che la guida di questo sito sul prestito con diritto di riscatto tratta per intero, con le sue eccezioni.
| Meccanismo | Chi decide | Chi paga | È possibile rateizzare? | È possibile una percentuale su rivendita o un riacquisto? |
|---|---|---|---|---|
| Clausola rescissoria (Spagna) | Il calciatore stesso | Il calciatore la deposita, finanziato dal nuovo club | Normalmente no | No, non esiste un contratto tra i club |
| Trasferimento negoziato | I due club, di comune accordo | Il club acquirente | Sì, se le parti sono d'accordo | Sì, se le parti sono d'accordo |
| Obbligo di riscatto del prestito | Automatico, alla fine del prestito | Il club che ha ricevuto il calciatore in prestito | Come previsto dall'accordo di prestito originale | Vedere la guida di questo sito sul prestito con diritto di riscatto |
Cosa regola la FIFA, e cosa no
Il regolamento della FIFA non usa mai l'espressione clausola rescissoria, e non disciplina il meccanismo come categoria propria. Ciò che il Regolamento sullo Status e sui Trasferimenti dei Calciatori tutela è la stabilità contrattuale in generale: l'articolo 17 riguarda l'indennizzo dovuto quando un contratto viene rotto senza giusta causa, e il periodo protetto misura per quanto tempo dopo la firma quella rottura comporti ancora una sanzione sportiva oltre a quella economica.
La stessa logica che spiega la clausola rescissoria in un contratto individuale sostiene l'articolo 17 su scala internazionale: nessuna delle due parti vuole discutere per anni davanti a un collegio giudicante quanto valga un calciatore. Fissare la cifra in anticipo, che sia dentro un contratto spagnolo o dentro un regime internazionale di indennizzo, è sempre un modo di comprare prevedibilità scambiando l'incertezza con un importo concordato prima.
Questo articolo 17 è cambiato in profondità dopo un caso concreto. Il 4 ottobre 2024 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea si è pronunciata nella causa C-650/22, promossa dal calciatore Lassana Diarra. Ha stabilito che tre elementi del regolamento della FIFA, tra cui la responsabilità solidale automatica del club che ingaggia un calciatore che ha rotto il contratto, violavano la libera circolazione dei lavoratori e le norme sulla concorrenza dell'Unione Europea.
La risposta della FIFA è arrivata in due fasi. La prima, un quadro regolatorio provvisorio approvato dal Bureau del Consiglio alla fine di dicembre 2024, ha spostato il criterio di calcolo dell'indennizzo per rottura di contratto verso i principi dell'interesse positivo e del valore residuo del contratto rimanente, e ha sospeso, per la durata del periodo provvisorio, sanzioni come la stessa responsabilità solidale automatica che il tribunale europeo aveva contestato.
La seconda fase è la riscrittura completa: il Consiglio della FIFA ha approvato, il 10 giugno 2026, una nuova edizione del regolamento che entra in vigore il 1° gennaio 2027, negoziata con la FIFPRO, il sindacato dei calciatori, insieme a leghe e club. È questa edizione a riorganizzare l'articolo 17 in commi numerati e a creare l'articolo 21bis, trattato di seguito.
Secondo il testo che entra in vigore nel 2027, l'articolo 17.1 lascia le parti libere di concordare per iscritto, fin dalla firma, l'importo dovuto in caso di rottura, il che equivale in pratica a una clausola di indennizzo pattuita. La parola libere conta, perché la norma non obbliga nessuno a concordare quella cifra. La vera novità va nella direzione opposta a rendere la clausola obbligatoria: il tribunale della FIFA ottiene il potere esplicito di ridurre un importo pattuito che ritenga eccessivo, e di disconoscere del tutto quello che giudichi manifestamente ingiusto.
La stessa riforma crea un minimo per chi guadagna meno: un calciatore con retribuzione fissa annua fino a 150.000 dollari statunitensi ha garantito, come minimo, il valore residuo del contratto ancora da eseguire, anche se il testo pattuito prevedeva meno. Per lo stesso gruppo di stipendi più bassi, questa volta con un tetto di 150.000 euro di retribuzione fissa annua, il nuovo articolo 21bis garantisce inoltre una quota del cinque per cento su qualsiasi trasferimento futuro incassato dal club venditore, un meccanismo che nessuna edizione precedente del regolamento prevedeva.
Esiste anche una nuova regola sulla prova. Se un club ingaggia un calciatore entro quarantacinque giorni da quando questi ha rotto unilateralmente e senza giusta causa il contratto precedente, si presume che quel club abbia indotto la rottura, e spetta a lui, non al club danneggiato, dimostrare il contrario. È una risposta diretta al tipo di adescamento che la vecchia formulazione dell'articolo 17 non riusciva a colpire con la stessa rapidità.
Vale la pena separare il testo approvato da quanto hanno annunciato alcuni titoli di giornale. Parte della stampa ha descritto la riforma come la creazione di una clausola di liberazione obbligatoria per ogni contratto del pianeta, cosa che lo stesso articolo 17.1 smentisce mantenendo libera la pattuizione. Ciò che è davvero diventato obbligatorio è altro, più circoscritto e più facile da perdere di vista: il minimo di valore residuo e la quota del cinque per cento su una vendita futura, e comunque solo per chi guadagna sotto quelle soglie precise.
| Regola | Fino a dicembre 2024 | Quadro provvisorio, da fine 2024 | Dal 1° gennaio 2027 |
|---|---|---|---|
| Base di calcolo dell'indennizzo | Criteri propri dell'articolo 17, senza un minimo esplicito di valore residuo | Interesse positivo e valore residuo del contratto | Valore residuo come minimo esplicito, con regole proprie per chi guadagna fino a 150.000 dollari l'anno |
| Responsabilità del nuovo club | Solidale e automatica | Sospesa durante il periodo provvisorio | Presunzione di induzione alla rottura entro 45 giorni, con onere della prova invertito |
| Clausola di indennizzo pattuita | Libera tra le parti | Invariata su questo punto | Libera, ma soggetta a riduzione o annullamento da parte del tribunale della FIFA se abusiva |
| Partecipazione del calciatore a una vendita futura | Non prevista | Non prevista | 5% del trasferimento per chi guadagna fino a 150.000 euro l'anno, secondo l'articolo 21bis |
Tre meccanismi che i titoli confondono
La copertura tratta abitualmente come sinonimi tre meccanismi che funzionano in modo diverso. La clausola rescissoria spagnola è un diritto unilaterale del calciatore, che paga e parte senza bisogno del sì del club. La clausola di uscita pattuita, come la minimum fee release clause del mercato inglese, è un accordo privato che obbliga il club a informare il calciatore, o ad accettare la cessione, quando arriva un'offerta alla cifra concordata. L'opzione o l'obbligo di riscatto di un prestito, invece, non è affatto un diritto di uscita: è il meccanismo che trasforma, o no, un prestito in trasferimento definitivo al termine del periodo concordato, meccanismo che la guida di questo sito sul prestito con diritto di riscatto tratta a parte, per esteso.
Confondere i tre non è solo questione di vocabolario. Descrivere come clausola rescissoria pagata un trasferimento in realtà negoziato al di sotto della cifra scritta nel contratto descrive male il meccanismo giuridico usato nell'operazione, e fraintende anche cosa significasse davvero quella cifra scritta: una cosa è che un club venditore accetti meno della propria corazza, un'altra è che un calciatore eserciti un diritto che non richiede affatto quel consenso.
Il caso più citato del calcio italiano segna il contrasto con il meccanismo spagnolo, non l'analogia. L'addio di Gonzalo Higuaín dal Napoli alla Juventus, nel 2016, coinvolse anch'esso una clausola rescissoria scritta nel contratto dell'attaccante, ma a pagarla non fu il calciatore: per il comunicato ufficiale del club, fu la stessa Juventus, il club acquirente, a perfezionare l'acquisizione per 90 milioni di euro, versati in due rate di pari importo nelle stagioni 2016/2017 e 2017/2018, l'opposto del deposito unico fatto dal calciatore stesso in Spagna. La maggior parte delle clausole dei club italiani, come quelle spagnole, non arriva mai a essere attivata.
Scadenze, finestre e i limiti del meccanismo di attivazione
Il testo del Real Decreto 1006/1985 non fissa alcuna scadenza né finestra perché il calciatore attivi l'articolo 16: il diritto esiste ogni singolo giorno del contratto, tutto l'anno. Il limite pratico viene da un altro luogo, dal calendario di registrazione della FIFA stessa, che riserva a ogni federazione due finestre all'anno, una da otto a dodici settimane al cambio di stagione e un'altra da quattro a otto settimane a metà stagione, con un massimo complessivo di sedici settimane l'anno. Pagare la clausola fuori da quelle finestre garantisce l'uscita, ma non garantisce un nuovo club: il calciatore resta libero, ma senza una squadra dove giocare, fino all'apertura della finestra successiva.
Il Brasile impone una scadenza di tipo diverso, che non limita la metà del contratto ma ciò che viene dopo. L'ipotesi b) del primo comma dell'articolo 86 attiva la clausola indennizzatoria sportiva solo quando il ritorno all'attività professionistica in un altro club avviene entro trenta mesi dall'uscita, una finestra di raffreddamento dopo la fine del rapporto, non un meccanismo da azionare durante il contratto come funziona quello spagnolo.
Le clausole di uscita pattuite seguono una terza logica, puramente contrattuale. Quando il mercato inglese parla di una minimum fee release clause valida solo in una finestra estiva specifica, quella restrizione di calendario è scritta nello stesso contratto firmato tra club e calciatore, non in alcuna legge. Fuori da quel periodo, la clausola semplicemente smette di esistere ai fini pratici, perché nessuna norma la tiene in vita oltre quanto le parti hanno concordato.
| Regime | Esiste una scadenza fissata dalla legge? | Cosa limita davvero il momento | Fonte |
|---|---|---|---|
| Spagna (clausola rescissoria) | No | Le finestre di registrazione della FIFA, indirettamente | Real Decreto 1006/1985, art. 16; RSTP, art. 6 |
| Brasile (clausola indennizzatoria) | Sì, ma è una scadenza di ritorno, non di attivazione | Finestra di 30 mesi dopo l'uscita, per il ritorno in un altro club | Legge 14.597/2023, art. 86, I, b |
| Clausola di uscita pattuita (prassi di mercato) | No | Ciò che stabilisce il singolo contratto | Contratti individuali |
Perché la cifra gonfiata è corazza, non prezzo
L'esempio più chiaro di questa logica non è cambiato dal 2017: l'addio di Neymar dal Barcellona al Paris Saint-Germain si chiuse pagando per intero la clausola di 222 milioni di euro scritta nel suo contratto spagnolo, e l'operazione era, alla data di verifica di questo testo, ancora il trasferimento più caro della storia del calcio. Il caso si ricorda non nonostante la cifra sembrasse impagabile, ma proprio per questo: clausole di quella grandezza si scrivono perché non vengano mai esercitate, e quando qualcuno paga comunque, l'episodio diventa un'eccezione storica, non una routine di mercato.
Il confronto tra i due sistemi giuridici spiega perché la corazza regga meglio in un posto che nell'altro. In Spagna, l'articolo 16 autorizza un giudice a fissare la cifra solo quando manca l'accordo tra le parti: esistendo una clausola pattuita, la legge non dà alla giurisdizione del lavoro un mandato esplicito per tagliare la somma scritta. L'articolo 17.1, che entra in vigore nel 2027 nel regolamento della FIFA, fa l'opposto e autorizza espressamente il tribunale internazionale a tagliare un importo pattuito che ritenga abusivo. La stessa logica di blindatura urta contro muri molto diversi a seconda di quale istanza finisca per giudicare il caso.
Quando un club accetta meno della propria clausola scritta, non interviene alcun meccanismo giuridico speciale: è una cessione negoziata come un'altra, e la clausola semplicemente non è stata usata. Accettare una cifra minore non viola nulla e non richiede alcuna giustificazione davanti a nessuna autorità, perché la clausola non ha mai funzionato come un minimo di vendita, solo come un diritto di uscita a disposizione del calciatore.
Quando la clausola viene pagata per intero, il risultato si ribalta del tutto: il club venditore non ha alcuna voce in capitolo su dove vada il calciatore, non riceve un centesimo in più della cifra esatta scritta nel contratto, e non può aggiungere nessuno degli strumenti abituali di una cessione negoziata già descritti, perché non c'è mai stata una trattativa a cui aggiungerli.
Tre letture sbagliate che tornano a ogni finestra di mercato
La prima lettura sbagliata tratta la clausola come il valore di mercato del calciatore, quando nella maggior parte dei casi è esattamente l'opposto, una cifra pensata per non essere mai pagata. La seconda tratta il pagamento come garanzia automatica che il calciatore si trasferirà, dimenticando che l'atleta resta libero di rifiutare le condizioni dell'acquirente e restare dov'è, anche dopo che il club venditore ha perso il proprio potere di veto.
La terza lettura sbagliata, la più ricorrente in questa ricostruzione, tratta la clausola come una regola universale del calcio, uguale in ogni contratto del pianeta. Non lo è. In Spagna, la legge riconosce un diritto a un indennizzo per recesso unilaterale, con una cifra libera, fissata per accordo tra le parti o, in mancanza di esso, dalla giurisdizione del lavoro. In Brasile, la legge va oltre e impone una cifra quantificata scritta nello stesso contratto. In quasi tutto il resto del mondo, ciò che esiste è una prassi puramente contrattuale, compresa la riforma della FIFA che entra in vigore nel 2027. Prima di fidarsi della cifra di un titolo, conviene sempre chiedersi quale di questi tre regimi stia davvero descrivendo quel contratto.
Le clausole altissime proteggono il club o bloccano il mercato?
Correzione (20 settembre 2026): il testo affermava che la legge spagnola "impone che ogni contratto indichi l'indennizzo dovuto in caso di recesso unilaterale". Il Real Decreto 1006/1985 riconosce al club solo il diritto a un indennizzo per recesso unilaterale, senza imporre alcuna cifra scritta; l'importo lo fissa il giudice del lavoro quando manca l'accordo. Scrivere una cifra fissa è prassi di mercato, non obbligo di legge.
Correzione (21 settembre 2026): il testo affermava che la clausola rescissoria francese "non compare come obbligo" nella convenzione collettiva del calcio professionistico, come se la norma tacesse semplicemente sul punto. La Charte du Football Professionnel, all'articolo 257, non tace: vieta espressamente la clausola rescissoria, risolutiva o di recesso unilaterale, e il contratto che la contiene viene respinto all'omologazione. Il testo descriveva anche il pagamento di una clausola rescissoria, in generale, come un atto del calciatore stesso, in un'unica soluzione e senza contratto tra club; questa descrizione vale per il meccanismo spagnolo (Real Decreto 1006/1985), non per ogni clausola rescissoria. Nel caso citato come esempio, l'addio di Gonzalo Higuaín dal Napoli alla Juventus nel 2016, fu la Juventus, il club acquirente, a pagare i 90 milioni di euro, in due rate, secondo il comunicato ufficiale del club.
Correzione (22/09): il testo diceva che il periodo protetto era già stato citato all'inizio del testo, cosa che non avveniva; il rimando è stato eliminato.
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- Wikipedia: List of most expensive association football transfers (si apre in una nuova scheda)
Domande frequenti
- Clausola rescissoria e costo del cartellino sono la stessa cosa?
- No. Il costo del cartellino nasce da una trattativa tra club, mentre la clausola è già scritta nel contratto e toglie alla società il diritto di rifiutare. Un giocatore può essere ceduto molto sotto o molto sopra quella cifra.
- Tutti i calciatori hanno una clausola rescissoria?
- No. In Spagna la legge garantisce solo il diritto a un indennizzo per recesso unilaterale, senza imporre alcuna cifra scritta, mentre in Italia e nella maggior parte dei paesi è facoltativa e compare solo se agente e club decidono di negoziarla.
- Se un club paga la clausola, il giocatore deve andarsene?
- No. Il pagamento elimina soltanto il veto della società proprietaria del cartellino. Il calciatore deve comunque accordarsi sull'ingaggio con il nuovo club e può scegliere di restare.





